iperhomo


   dall'übermensch al quaquaraqua nil humani a me alienum


 


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E bravo Mazzucco. Ci s'è messo pure lui, a fare il gioco dell'Avversario. Dopo aver smascherato tante trame di quest'ultimo (in primis, quella dell'11/IX), s'è abbandonato alla libidine dell'ironia antiecclesiastica,* prima, e poi della filologia antievangelica (cfr. ©).

* Ironia un po' zotica, peraltro ("Ratzinger - cfr. © - ha deciso di vendere anche le sue adorate scarpine di Prada"), quando non addirittura incomprensibile. Si provi ad interpretare quanto segue (ibidem). "Ma la vera qualità che distingue Ratzinger dai normali pensatori di oggi è la sua grande capacità di combinare l’analisi sociale con la filosofia più raffinata. Ecco un esempio che dovrebbe bastare per tutti: 'Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l'eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani'. Ovvero, ammazzi i poveri per avere meno poveri [?]. Geniale". Dov'è l'ironia?

Andiamo bene. In ogni caso, che l'attuale papa non sia un instancabile denigratore della globalizzazione, dell'imperialismo e dell'usura, è pur vero (eppure ci si potrebbe chiedere se sia ancora possibile, oggi, parlare nei termini antimoderni di Pio X e se, pertanto, il continuare a far udire la voce pontificia urbi et orbi non richieda qualche piccola umiliazione verso i potenti di questo mondo). Ma, per restare nella metafora del bianco e del nero, un timido denigratore [dei sepolcri imbiancati] non è un candidatore entusiasta.
Privarsi dell'unico alleato mondano d'un certo peso, anche a volerne tralasciare le valenze oltremondane, significa davvero fare il gioco dell'avversario (ovvero, non tralasciando dette valenze, dell'Avversario).
È perciò che, prima del ritorno di Cristo, non c'è la minima speranza di battere il Maligno. Finché non ci si rende conto che, quando si parla di mondo moderno (tirannia finanziaria, strapotere mediatico, imbarbarimento etico, ecc.), è di Satana che si tratta, la battaglia è persa. Ed è tragicamente persa già in partenza anche da chi sa trattarsi di Satana, ma non osa nominarlo. Alludo alla brava (ed ancor bella, sebbene miso-musulmana al pari di tutte le peggiori rappresentanti il gentil sesso) Ida Magli, quando dice che "l’Impero europeo - cfr. © - è stato ideato in modo misterioso, segreto, da qualcuno fra i massimi detentori del potere il cui nome ci è sempre stato tenuto nascosto, ed è stato realizzato a poco dai governanti dei singoli Stati,* tenendo il più possibile i cittadini all’oscuro degli scopi da raggiungere".

* Va detto che non tutti i governanti si sono assoggettati a Satana fin dall'inizio. Aggiunge infatti la Magli che "Bossi l’ha capito in ritardo che non gli conveniva combattere, come faceva i primi tempi, contro Bruxelles, ma l’ha capito". L'ha capito, però, solo dopo aver rischiato di rimetterci le penne. Con De Gaulle, il Maligno s'è limitato a scatenare il '68 (il cui profeta continua tuttora a vaticinare da Bruxelles), laddove con Moro e con Haider è andato con mano pesante.

In conclusione, "è urgente, per tutti i piccoli gruppi ostili all’Unione Europea, decidere qualche cosa prima delle prossime votazioni per il Parlamento Europeo; una possibilità sarebbe quella di formare una sola lista per le elezioni con l’unico scopo di combattere contro il processo di unificazione europea e di eliminazione dello Stato Italiano ben chiaro nel nome. [...] La domanda, però, è sempre la stessa: dove si trovano le forze e i soldi per organizzarsi?".
Ora, sembra incredibile, ma c'era un tempo nel quale la Verità non abbisognava di soldi, per imporsi. E c'era un tempo nel quale la Verità non abbisognava del plauso della maggioranza (plauso non ottenibile, senza soldi), per imporsi. Ergo, tra democrazia e plutocrazia (come tra aborto e divorzio, femminismo ed omosessualità, meccanizzazione ed infiacchimento, media e stupidità, pornografia e sovversione, ecc.) non c'è differenza. Anche questo è un abile trucco del Maligno, consistente nel moltiplicare le sue facce fino a fartene accettare anche una sola. Ed allora sei fottuto (cfr. ©).
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Trascrivo dall'amico Pax un breve passo di Come e perché l'istruzione pubblica mutila i nostri ragazzi, di John Taylor Gatto. Si prega l'eventuale passante di leggere l'intero brano (cfr. ©), perché quanto segue appare qui solo per mio pro-memoria (nella duplice speranza sia di aver presto un nipote che di poter educare quest'ultimo).

La maturità è stata bandita da quasi ogni aspetto della nostra vita. Le leggi sul divorzio facile hanno rimosso la necessità di lavorare sulle relazioni; il credito facile ha rimosso la necessità dell'auto-controllo fiscale; il divertimento facile ha rimosso la necessità di imparare a divertirsi; le risposte facili hanno rimosso la necessità di fare domande. Siamo diventati una nazione di bambini, lieti di cedere i nostri giudizi e voleri ad esortazioni politiche e a lusinghe commerciali che dovrebbero essere un insulto per veri adulti. Compriamo televisori, e poi compriamo le cose che vediamo sul televisore. Compriamo computer, e poi compriamo le cose che vediamo nel computer. Compriamo scarpe da ginnastica da 150 dollari, sia che ne abbiamo bisogno o meno, e quando deperiscono troppo presto ne compriamo un altro paio. Guidiamo SUV e crediamo alla bugia che costituiscano una sorta di assicurazione sulla vita, anche quando siamo capovolti dentro uno di essi. E, peggio di tutto, non battiamo ciglio quando Ari Fleischer [portavoce della Casa Bianca 2001-2003, all'inizio della «guerra contro il terrore» (ndt)] ci dice di "essere cauti in quel che diciamo", anche se ricordiamo di aver sentito da qualche parte, ai tempi della scuola, che l'America è la terra dei liberi. Semplicemente, beviamo anche questa. La nostra istruzione, come progettato, se n'è occupata.

Ora le buone notizie. Una volta che avete capito la logica dietro l'istruzione moderna, i suoi trucchi e le sue trappole sono piuttosto facili da evitare. La scuola addestra i bambini ad essere impiegati e consumatori; insegnate loro ad esser leader e avventurieri. La scuola addestra i bambini ad obbedire riflessivamente; insegnate ai vostri figli a pensare criticamente ed indipendentemente. I ragazzi ben istruiti hanno una bassa soglia di noia; aiutate i vostri a sviluppare una vita interna in modo da non essere mai annoiati. Sollecitate i vostri ragazzi a provare materiale serio, in storia, letteratura, filosofia, musica, arte, economia, teologia, in tutto quello che gli insegnanti sanno benissimo evitare. Mettete alla prova i vostri ragazzi con molta solitudine, così che imparino a godere della loro stessa compagnia ed a condurre dialoghi interni. Le persone ben istruite sono condizionate a temere la solitudine, e cercano una costante compagnia con la TV, il computer, il telefonino, e con amicizie poco profonde, presto acquisite e presto abbandonate. I vostri figli dovrebbero avere una vita più significativa, e possono averla.
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Un curioso vezzo dell'idioma partenopeo è quello che possiamo definire «genitivo eufonico». Sebbene, vista la sua inutilità, a rigore eufonico non sia, non c'è dubbio che la sua presenza ingentilisca d'un tocco di finezza locuzioni altrimenti un po' grevi.
Esempio: "Tizio si sente di fottere".
Come è evidente, quella preposizione non solo è superflua, ma rovescia addirittura il senso della frase (trasformando Tizio, che paventa l'intrusione di un quid alieno nel vaso improprio, da oggetto passivo in soggetto attivo). In questo caso,* più che di eufonia, si tratta di eulogia (sive eufemìa), perché proiettare verbalmente sull'agito quanto pertiene fattualmente all'attore (o all'agente) è pura e semplice cortesia.

* Altri esempi, come «capo di chino», sono invece quelli di un puro e semplice intercalare. Il senso, infatti, non ne viene modificato (tant'è che il suo esatto equivalente è «capa sotto», ovvero "a testa bassa").

La stessa cortesia che s'usava nelle corti del bel tempo andato, consistente in teoria nell'offrire il proprio servigio [alla forosetta di turno] e in pratica nel fare il servizio [alla medesima], è quella imperante nell'attuale democrazia, già a partire dall'etimo. Il regime moderno si basa infatti esclusivamente sulla suddetta tecnica del ribaltamento eufemistico, emblemi della quale sono le giaculatorie in cui ciascuno di noi, futendo in factis ("si sente fottere"), viene presentato in verbis quale futuro ("si sente di fottere").
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Quando un moderno parla di anteporre
il collettivo al singolo,
l'interesse generale a quello individuale
e insomma un'astrazione ad una realtà concreta,
costui pensa esclusivamente al proprio interesse.
Per gli antichi, la subordinazione del singolo
ad una collettività che, a cerchi concentrici,
s'allargava dalla famiglia fino allo Stato
(tribù, repubblica o impero che fosse)
era scontata, quand'anche avesse comportato
l'estremo sacrificio.
Ma c'era il sacrum facere, appunto, a cementare,
col vincolo della lealtà, della dedizione
e dell'obbligo d'onore, l'intera piramide,
concretizzandone l'astrattezza nel rapporto
tra figlio e padre, tra moglie e marito,
tra suddito e sovrano, tra creatura e Creatore.


Le regole regali
erano quelle naturali, quelle mensili
e regolari. Rovesciata la monarchia,
perdemmo in un sol colpo menstruus, mensura e mens.
Ben presto, regole demenziali soffocarono
l'effimera libertà generata
dal regicidio.


Se si è cristiani, il prototipo del regicidio
è quello di Cristo. Possono cambiar le vittime,
ma non il boia.
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Diritti umani.
Furono i rovesci umani i primi ad invocarli,
nel malcelato intento di privarne
chi già ne era in possesso.
Così le caste, abolite da chi ne era fuori
solo per poterle ripristinare a rovescio,
e così le razze ("con Cristo - dice san Paolo -
non c'è più differenza tra il gentile e l'ebreo,
ma vedrai che proprio l'ebreo non sarà d'accordo").
Comunque sia,
discriminati ieri ed oggi discriminanti,
se il pendolo oscilla a loro vantaggio,
perché non dovrebbero profittarne?


Negare l'eventualità d'una appartenenza
parziale, ridotta o minima, al genere umano,
negare cioè che si possa esser semiumani
o subumani, nonostante l'aspetto umano,
significa negare anche l'eventualità
di un aspetto umano del sovrumano.
Eppure, come Dio si fece uomo
e l'angelo si fece diavolo, così l'uomo
può salire e può scendere.


L'animo moderno, costruito a pezzo a pezzo
con pazienza diabolica,
si ribella alla discriminazione razziale.
Però, se la scimmia si può far uomo
(sia pure dopo un bel po' di rinascite),
perché non è ammissibile il contrario?


Lo so, che la Chiesa nega la reincarnazione,
'ché ogni essere umano ha la propria anima,
singola, individuale
e di cui è totalmente responsabile.
Questo non si discute. Pensare di rinascere
sotto sembianze umane è pensare un'idiozia,
una delle tante idiozie moderne. Al contrario,
tutto sta a considerare gli stati infernali
e quelli paradisiaci mondi subumani
e, rispettivamente, sovrumani.


Il bello del Tuo gioco è che uno stato
tutt'è meno che statico.
Lo stato umano dell'età dell'oro, ad esempio,
più che umano, era angelico
(tant'è che il Paradiso era terrestre),
laddove quest'età ferruginosa,
se non proprio all'Inferno,* somiglia al Purgatorio
(il che, tra l'altro, permetterà allo spiritoso
che abbia conservato un po' di spirito, post mortem,
di dirTi che non puoi rispedirlo donde viene).
Lo stato umano attuale, tuttavia,
benché la stragrande maggioranza di coloro
che lo compongono (me non escluso)
sia disumana e benché rappresenti, pertanto,
un'effettiva degradazione, al tempo stesso
non potrebbe essere una promozione?
Fuor di metafora, quanti di noi sono angeli
precipitati e quanti, per esempio,
cani buoni e fedeli promossi al rango umano?


* Ma cfr. ©.
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Per evitare che Carlo mi sopprima il link, pubblico qui la seconda parte di un post apparso presso L'asino e il cammello (cfr. ©). È la mia un po' elastica traduzione, dal sito Contemplatio (cfr. ©), delle seguenti righe, belle ed anonime.

È una costante tanto negli ambienti cristiani, siano questi ufficiali o alternativi, quanto in certi ambienti del pensiero tradizionale ed in quelli che potremmo chiamare neo-advaitisti, un certo disprezzo, quando non palese ostilità, verso ogni atteggiamento di devozione, cioè verso la via della bhakti.
Si tratta di un vero "segno dei tempi", sottovalutare la strada più breve ed efficace per evocare ed invocare il sacro, la via più semplice per situarsi in presenza di Dio, il cammino più adeguato per la maggior parte dei viventi in questo tempo di ombre.
Si dimentica spesso che Shankara,
jñani supremo dell'induismo, compose inni a Shiva e che un Hafiz o un Rumi, così pronti a sminuire le forme a beneficio dell'essenza, non trascurarono mai le loro preghiere quotidiane. Più modernamente Nisargadatta, benché jivan-mukta, non pertanto evitava le penitenze rituali.

In questi ambienti si riscontra un certo orgoglio (molto abituale negli occidentali moderni), reso evidente dalla pretesa di arrivare al più alto senza passare per il più basso, ovvero dalla presunzione che, grazie al nostro "progresso", noi occidentali non necessitiamo più di lavorare, sacrificarci, pazientare, cercare e disciplinarci, per raggiungere la deificazione. Tutto ciò occorreva solo agli antichi, che evidentemente dovevano essere un po' rozzi. E così succede che, per aver sognato le più alte cime della "liberazione in vita" (
jivan-mukti), spesso neanche si arriva alla salvezza. In altre parole, chi vuole il dieci neppure arriva all'uno; e per giunta sottovaluta quelle persone devote che, almeno, sono arrivate al cinque di una vita umile e santa.
Non dimentichiamo che l'orgoglio è considerato in tutte le tradizioni come il più grave dei difetti. Non dimentichiamo neanche che, a parte la "liberazione in vita" (
jivan-mukti), la tradizione indù contempla altre due forme di liberazione: videha-mukti o liberazione nel momento della morte e krama-mukti o liberazione negli stati successivi alla morte (questa essendo quanto noi cristiani chiamiamo salvezza, o salvazione).

Shankara, una delle menti più brillanti che il mondo abbia conosciuto, interprete delle Upanishad e creatore del sistema non duale del Vedanta, fu un devoto cultore di immagini sacre, pellegrino in luoghi venerati, visitatore di templi e di altari, cantore e compositore di inni devozionali. In una famosa preghiera si scusa per esser costretto a visualizzare in una forma Chi non è limitato da forma alcuna, per lodare con inni Chi sta oltre la portata delle parole, per venerare in altari sacri Chi è onnipresente.
Ma se perfino lui che «conosceva» non poté resistere all'impulso di amare (e l'amore esige un oggetto di adorazione, oggetto da concepirsi in parola o in forma), quanto maggiore dovrà essere tale necessità per quella maggioranza a cui è molto più facile adorare, anziché conoscere? Così il saggio accetta l'inevitabilità dell'uso di immagini sacre, sia verbali che ottiche, e le giustifica come concessioni che Dio stesso vuole fare alla nostra natura mortale. È Dio stesso ad "assumere l'aspetto con cui i Suoi adoratori Lo adorano", facendoSi come noi siamo affinché noi si possa essere come Egli è.

Inoltre, nonostante il suo precocissimo raggiungimento dell'illuminazione, Shankara non volle rinunciare ad un maestro spirituale. La cosa può sorprendere, ma la spiegazione risiede nel fatto che il discepolo, nonostante l'eccellenza del suo caso, doveva ancora osservare una disciplina di carattere confermativo, implicante perfezionamento e maturazione, disciplina che solo un maestro compiutamente realizzato poteva prescrivere, oltre a garantire assistenza e sostegno. Senza questa prassi sussistono pericoli, specie se l'apertura intuitiva è sopravvenuta senza esser stata preceduta dagli esercizi spirituali richiesti. In generale le aperture intuitive, qualunque sia la loro importanza ed il momento della loro produzione, se non sono seguite e sostenute da un regime specifico e da un lavoro adatto, possono alterarsi e perfino chiudersi.
Potrebbe citarsi a questo ultimo proposito, dal lato islamico, un caso perfettamente paragonabile a quello di Shankara, quello del "maggiore dei maestri spirituali", Muhyi-d-din Ibn Arabî che, adolescente, avendo chiesto e ricevuto del suo primo maestro un'indicazione di lavoro metafisico, ottenne la sua "apertura" già nella prima notte di isolamento (
khalwa). Orbene, dovette recarsi sotto la direzione di un altro maestro, perché la sua condizione spirituale comportava rischi dovuti alla carenza di preparazione. Ed allora si giunse a questo, che Ibn Arabî era discepolo di questo nuovo maestro per un aspetto, ma ne era a sua volta maestro per un altro aspetto, ciascuno di essi ubbidendo all'altro per la parte di disciplina che gli era necessaria.

In Occidente spesso si suppone che le dottrine non duali escludano completamente i valori del culto e la relazione 'io-Tu' tra l'uomo e Dio, assumendo che l'ideale spirituale supremo sia l'assorbimento totale e la sparizione della persona umana nell'unità indifferenziata. Questa impressione deriva dalla mancata comprensione dell'insieme della struttura umana con le sue necessità a differenti livelli; mancata comprensione anche del punto di vista religioso, mancata comprensione in definitiva delle bellezze dell'anima umana.
Come essere spirituale ed intellettivo, l'uomo può riconoscere se stesso in quanto Atman, l'entità infinita che immagina Se stessa finita. Ma, come essere d'anima e di ragione, l'uomo deve rapportarsi con Dio come ad un Essere differente di lui stesso.

Così, tutta la non dualità di Shankara non gli impedì di scrivere un numero ragguardevole di inni nello stile
bhakti (o devoto) che, con un mero cambiamento di nomi, potrebbero esprimere perfettamente il culto di un teista cristiano, ebreo o islamico; e neppure gli impedì di trovarsi oppresso dal dolore e dalla tristezza, dopo la morte di sua madre, e di celebrarne i riti funerari infrangendo la regola del sannyâsin. Ogni livello ha il suo funzionamento e le sue leggi, ed anche la più alta realizzazione metafisica non impedisce che la personalità ed i sentimenti abbiano il loro corso e le loro peculiarità, così come non impedisce che il corpo abbia le sue particolarità, abbia bisogno di alimento e soffra malattie.

Analogamente Shankara pregava la Shakti, l'energia mediatrice, dicendo: "Io ti imploro, Lakshmi, affinché mi guardi coi tuoi occhi di grazia, come di sfuggita, e ciò mi basterà per ottenere i tuoi favori, Madre mia". Aggiungiamo che il culto della Shakti fu istituito dallo stesso Shankara nei suoi monasteri (cosa tanto più notevole in quanto l'Advaita-Vedanta procede per eliminazione, laddove il metodo sháktico, invece, per sublimazione). Lakshmi è la dea della bellezza e della felicità; Mahalakshmi, la Lakshmi Suprema, è la fonte di tutte le benedizioni, equivalente quasi esatto, per il cristiano, della Vergine María. Secondo gli advaitisti è solo per la grazia di Mahashakti che l'uomo può superare la Maya cosmica e riuscire a farsi "Uno senza due", cioè il non dualismo e quindi l'Advaita. Si vede pertanto la necessità della
bhakti anche in quest'ambito, una bhakti che potremmo denominare mariana, in linguaggio cristiano; non è infatti casuale che proprio nella stessa epoca san Bernardo instaurasse il culto della Vergine María nei suoi monasteri.
Ancora Shankara ebbe a dire che "tra tutti i mezzi che concorrono alla liberazione, è alla devozione,
bhakti, quella a cui spetta il posto d'onore", cosa peraltro raccomandata anche dalla nostra dottoressa mistica santa Teresa d'Avila.

Infine, osserviamo che la mentalità strettamente religiosa, exoterica, sospetta necessariamente delle "pretese" metafisiche, perché sembrano suggerire l'esistenza di un circolo esclusivo di "eletti" esoterici, affrancati dalla vita e dalla disciplina normale della Chiesa corrispondente. Coloro che si definiscono «illuminati» sono esistiti con relativa frequenza dentro la Chiesa cristiana, come in tutte le altre, e si sono caratterizzati soprattutto per il loro arrogante orgoglio spirituale. Non a caso il segno più infallibile di quell'orgoglio è la pretesa di esserne privi. Ma l'essenza della comprensione metafisica è quella di esserle assolutamente estranea ogni idea di pretendere qualcosa. Semplicemente, non si può dire che io ho compreso la Suprema "Identità" senza esprimere una totale contraddizione perché è il Se-stesso e non l'io che comprende, ed il Sé non è proprietà di nessuno. Ripetiamo di nuovo che l'ego deve e può solo adorare. La ragione, il sentimento e la sensibilità devono rivolgersi sempre al Sé come a Dio, venerandoLo come qualcosa di differente e di infinitamente superiore. Gesù, Dio incarnato, andava in solitudine al tempio a rendere il culto, e non semplicemente per dare un buon esempio ai discepoli.

In definitiva la supposta incompatibilità di
jñana e bhakti o, in linguaggio occidentale, di gnosi e fede non è che l'incomprensione di quanti non hanno approfondito né l'una né l'altra.
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Voglio una casa.
L'unità abitativa
può ancora attendere.

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